La diffusione dell’RFID

La diffusione dell’RFID

Dal Cedites arriva il rapporto sulla diffusione dell’RFID nella filiera italiana del fashion

Il fashion, fiore all’occhiello del Made in Italy, è uno di quei settori dove l’RFID potrebbe dare i maggiori frutti; tuttavia, l’introduzione di questa tecnologia nella filiera procede ancora a passi troppo piccoli, come denota il “Rapporto sulla diffusione dell’RFID nella filiera del fashion” del Cedites.

Il Centro Studi per la Divulgazione della Tecnologia e della Scienza (Cedites) è un’organizzazione senza scopo di lucro che dal 2006 si occupa di stimolare l’attenzione verso le nuove tecnologie, sia nelle realtà industriali che tra i consumatori. Il suo recente rapporto, stilato nei primi mesi del 2009, si basa su interviste e giudizi raccolti dai maggiori soggetti interessati, sia in ambito accademico che industriale (fornitori e utilizzatori della tecnologia RFID).

Dal rapporto si evince che l’identificazione a radio frequenza potrebbe trovare nel fashion il suo habitat ideale, principalmente grazie alla particolare organizzazione produttiva del settore tessile e al valore medio dei beni prodotti, sufficientemente alto da supportare il costo dei tag RFID. Ecco come una nota azienda del settore presenta i vantaggi introdotti dall’utilizzo di questa nuova tecnologia:
Sostanzialmente però, mentre le imprese di grandi dimensioni guardano con favore all’introduzione dell’RFID, al punto da avere già avviato sperimentazioni concrete nel settore del confezionamento, l’attenzione a questa tecnologia da parte delle piccole e medie imprese, soprattutto quelle che si occupano di produzione e trasformazione, resta ancora tiepida.
Naturalmente questo deriva soprattutto dal grande numero di piccole imprese coinvolte della filiera e dalla loro conoscenza marginale, se non nulla, dell’esistenza dell’RFID e delle sue potenzialità, ma a ben vedere questa potrebbe non essere la sola causa del mancato decollo di questa tecnologia, nella moda come in altri settori.
A frenarne la diffusione contribuiscono infatti anche la minore attenzione all’innovazione del nostro paese rispetto agli Stati Uniti, così come il costo delle apparecchiature hardware e software; infatti, mentre le aziende più importanti possono far fronte alla spesa per l’RFID (tag, reader e piattaforma software) con relativa facilità, per quelle di piccole dimensioni non sempre l’investimento è sostenibile, soprattutto in questo particolare momento del mercato.

Secondo le stime del Cedites la soluzione potrebbe arrivare, almeno per il fashion, dalle grandi aziende che si occupano del confezionamento e dalle realtà della distribuzione e del retail, che procedendo con maggiore entusiasmo nell’adozione dell’RFID potrebbero coinvolgere nel processo anche gli altri anelli della filiera.
Dopotutto, si tratta delle aziende della filiera che dall’RFID, grazie all’ottimizzazione dei processi di inventario, di magazzino e di servizi al consumatore finale (in termini di shop experience), potrebbero trarre un vantaggio tale da giustificare l’investimento.

Una maggiore resistenza invece è stata riscontrata nei settori dove l’RFID può dare benefici economici e organizzativi meno evidenti, come ad esempio quello della produzione.
Una spinta in più potrebbe arrivare però da istituti di ricerca o università, e in particolare da soggetti come l’Università di Parma, l’Università di Castellanza, l’Università La Sapienza e l’Indicod-ECR, che da anni dimostrano molta attenzione per l’RFID e le sue applicazioni industriali e civili.
Non resta che attendere gli sviluppi di un processo che, nonostante molto difficilmente riuscirà a coinvolgere l’intero settore del fashion, è comunque in atto, e potrebbe portare a novità interessanti già sul finire di questo 2009.

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